Il blog di Sally

  • 17/07/2014

    La mia favola con Abitart




    Nel 2004 mi trasferii a Roma. Non sapevo perché, non avevo chiaro cosa sarebbe stato di me, ma sentivo di dover partire.
    Sembrava l’inizio di qualcosa che mi avrebbe portata lontano, qualcosa di diverso e che forse mi avrebbe ridato il colore perso in quegli stessi anni a causa di un padre che decideva di smetter di fare il padre.
    Roma…così grande, immensa, collegata con tutti i pensieri e i bisogni: ebbe inizio così la mia nuova Me.
    Nelle giornate intere passate in esplorazione, con occhi pieni di meraviglia e le caviglie stanche di correre ad ogni angolo alla ricerca di qualcosa di familiare, mi perdevo ogni giorno tra le vie della città. Lasciavo le mie molliche di Pollicino, sperando di trovare il ritorno, ma l’immensità di quei primi giorni mi rapiva e ormai consapevole mi lasciavo prendere come ostaggio da quel meraviglioso labirinto.
    Tra i sampietrini consumati e le mura pennellate di storia, gli occhi schizzavano per non perdere nessun particolare, la bocca semi-aperta e i muscoli della faccia ormai abbandonati: in completa, sincera, ingenua estasi…avevo capito, avevo trovato la mia città!
    Tra quelle giornate di ottobre, dove il sole accarezzava all’imbrunire ogni mio friccicore sul domani incerto, inciampai davanti alla vetrina del paradiso: le stoffe si intrecciavano, i colori tanto definiti così come confusi si perdevano con ragione in un insieme orchestrale.
    Un lampo a ciel sereno, l’amore che a prima vista ti offusca gli occhi ma ti rischiara la mente…avevo trovato la mia essenza in stoffa e avevo trovato la mia città.
    Giorni di tenera scoperta, nella nuova me trovai tutto quello che in realtà sapevo già di me…e pur con un domani incerto, due cose erano ormai chiare:  la mia città era sempre stata Roma e da quel momento, la vetrina che avrei ammirato e adorato come un sacro altare sarebbe stata quella di Abitart in via della Croce.
    Potevo ammirare..e ammirare mi restava.
    I primi anni in città furono di sacrifici, tra il lavoro e l’università, scoprii che anche con poco il mio salvadanaio mi bastava…ma il sogno di quelle stoffe rimaneva un sogno.
    Ad ogni uscita al centro trovavo il tempo di pellegrinare nel mio tempio: sgattaiolavo spesso in religioso silenzio in quel negozio tanto ambito, facevo un giro lesto e sbirciavo con gli occhi rapiti, le dita scivolavano su tutti i modelli esposti, e poi imbarazzata scappavo via prima che una commessa potesse fermarmi: non potevo permettermi di comprare, e forse un po me ne vergognavo.
    Non sono mai stata una persona in preda ad adulazioni immotivate, poster di miti o di dei non sono mai stati appesi al muro della mia camera…ma quella volta era diverso…sembrava di aver trovato me, la mia anima in stoffa, una trasposizione difficile da spiegare quanto naturale e inevitabile: un incantesimo.
    Misi da parte tutti i risparmi e in pochi mesi, in tempo per i saldi invernali, riuscii ad acquistare il mio primo capo Abitart: un cappotto che farebbe invidia a qualsiasi invenzione favolosa, a tutti i registi di film fantastici, ai pittori astratti e colorati…era il 2005, ed era il mio battesimo.  
    Da lì in poi non ne ho più potuto fare a meno,  ad ogni appuntamento importante feci di tutto perché quelle stoffe mi avvolgessero e potessero parlare al mio posto durante i miei silenzi..io ero in loro, e loro erano me. Una forza salda.
    Con l’uscita del mio primo disco “Bambole e Colori” nel 2008, inizia una fede ben definita che firmerà la mia unica scelta stilistica: non avrei mai più cantato senza avere un capo Abitart addosso!
    Seguirono servizi fotografici, concerti, ospitate in tv, videoclip..il lavoro stava andando bene e potevo permettermi qualche capo in più. Erano tutti custoditi gelosamente in una scatola nascosta nell’armadio: era il mio tesoro.
    Dopo l’uscita del singolo “Dall’acqua e la Polvere” iniziò nel 2009 l’avventura a Domenica In: otto mesi in onda ogni domenica su Rai Uno.
    Mi feci coraggio, e incredula della mia incoscienza forse sfrontata, tornai in negozio e parlai con Rossana, la commessa che mi aveva sempre seguito meticolosamente nei miei rari acquisti. Con in mano il mio cd la pregai di aiutarmi, volevo incontrare la mia dea, la maga di quelle stoffe, la stilista Vanessa Foglia.
    E successe: Vanessa volle incontrarmi. Non potevo crederci e commossa dal ricordo degli anni passati a sognare davanti a quella vetrina andai all’appuntamento, con il cuore in gola, con le gambe tremanti che controvoglia si muovevano verso il laboratorio sartoriale. La tentazione era quella di tornare indietro, ero in preda al panico e all’imbarazzo.
    Fantasticavo da sempre sulla sua identità, non avevo immagini e voce che fino ad allora potessero farmi capire chi fosse. Avevo solo i vestiti e forse quelli mi bastavano per amarla profondamente.
    Aprii la porta e la sorpresa prese il sopravvento sull’emozione: Vanessa era una donna semplice, piccolina, che vestiva esattamente tutto il contrario di quello che creava, gli occhi sinceri, la voce morbida e forse un po insicura, una bambina dolce, attenta ma con un’aurea di fantasia che investiva tutto quello che toccava.
    Era il 2009 e conoscevo Vanessa Foglia per la prima volta; da lì in poi non ci saremmo più lasciate.
    In poco tempo la stima si trasformò in amore puro, e non erano solo i vestiti a coprirmi: c’erano le sue parole, il supporto costante, la condivisione sincera. Diventò la mia migliore amica e raccontare oggi questa storia mi lascia ancora incredula: come sia riuscita a realizzare questo sogno rimane ad oggi una cosa inspiegabile, una storia rara che capita a pochi di poter raccontare. Posso con orgoglio sentirmi fortunata, ma non per la vanità e il narcisismo che davanti a un bel vestito chiunque esprimerebbe, ma per aver trovato dietro a quelle vetrine una Guida che il mio sesto senso già intuiva. Vestire Abitart ha per me un valore che va ben oltre l’espressione effimera della moda.
    Quell’incantesimo del 2004 mi ha regalato una grande persona, la più grande.
    Iniziammo a collaborare, a sognare insieme, ed ora siamo unite più che mai.
    Lei è la forza della mia speranza, il bastone su cui appoggiarmi nei momenti di sconforto, la pace della gioia, è la ricerca operosa e paziente della realizzazione. Vanessa è la mia maestra. Mi è stata accanto in ogni cambiamento, mi ha motivata davanti alle difficoltà. Mi ha protetto e celebrato come un prezioso gioiello. Vanessa è una vera amica.
    Io sono la musica, lei il vestito… insieme siamo orchestrazione di stoffe. Siamo creazione.



2 commenti

  • stefano
    martedì 14 marzo 2017
    Semplicemente e immensamente adorabile
  • Enrico
    giovedì 17 luglio 2014
    Cara Sally, hai raccontato una storia bellissima ed emozionante e, lasciami dire, l'hai raccontata così bene da riuscire a coinvolgere chi ti legge, tanto da condividere la tua gioia per la profonda amicizia con Vanessa. Un'amicizia che, mi sembra di capire, si alimenta giorno dopo giorno con un'affettuosa sintonia "cerebrale" e che stimola anche, nei rispettivi campi, la vostra già preziosa creatività. La mia non è piaggeria, non ne sono capace, ma è autentica ammirazione per entrambe voi. Gli abiti, l'abbinamento dei colori, la fantasia di Vanessa sono fantastici. Le tue qualità vocali, le tue composizioni musicali, il tuo modo di porti sono tutte cose deliziose. Non mi stancherò mai di esprimerti tutta la mia stima.

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